L’area della piazza all’epoca di Ercole I: un ‘cantiere’ di fine Quattrocento

L’area della piazza all’epoca di Ercole I: un ‘cantiere’ di fine Quattrocento

Fonti documentarie

Una delle fonti più antiche ad aver tramandato notizie riguardo all’esistenza di un palazzo marchionale a Ferrara è il Chronicon Estense, dove all’anno 1287, sotto il ducato di Obizzo II d’Este, è menzionato un «palatium dicti domini marchionis», senza che se ne precisino, però, caratteristiche architettoniche ed eventuali annessi.
Il primo documento utile nel fornire delle informazioni relative alla forma che aveva la piazza precedentemente agli interventi voluti da Ercole I è l’Inventario delle suppellettili del Castello, fatto compilare nel 1436 da Nicolò III al notaio Pietro de’ Lardi.
Trattandosi di un inventario di beni mobili, con la funzione di rendere conto della totalità della suppellettile posseduta dai duchi all’interno della proprie residenze ufficiali, compresi i Palazzi Paradiso e Schifanoia, ciò che vi si ricava non esula, sostanzialmente, da una sobria serie di elenchi, suddivisi per luogo di collocazione. Per ciò che riguarda la descrizione dell’edificio, le notizie più importanti sono riservate, in generale, agli ambienti interni piuttosto che alle strutture ad esso collegate; non stupisce, dunque, se quanto apprendiamo a proposito della piazza si riduce all’appellativo «cortile delle lastre» ed alfatto che si trovasse sulla parte posteriore del palazzo e che avesse delle logge.
Attraverso l’Inventario conosciamo, tuttavia, il tipo di arredo che caratterizzava il cortile e che comprendeva dei bancali.
Negli anni che separano la redazione dell’Inventario dai rifacimenti di Ercole I i documenti non offrono altre descrizioni notevoli del cortile; quest’evidenza negativa porterebbe ad escludere, in via ipotetica, l’eventualità di interventi siginificativi attuati nell’area prima dell’ultimo quarto del XV secolo.
Ugo Caleffini, nelle sue Cronache, fornisce dei dati cronologici piuttosto precisi sui lavori di ristrutturazione che interessarono il Palazzo Ducale all’epoca di Ercole I. Egli fissa l’iniziodei restauri al 6 agosto 1479, su impulso, almeno nella prima fase, di Eleonora d’Aragona, moglie del duca, trovandosi quest’ultimo lontano da Ferrara. Secondo Caleffini, in tale occasione Eleonora «principiò a fare butare zoxo il palacio del duca suo […] et il cortile da le lastre et il più bello della corte […]», tanto da stabilire un vero e proprio termine postquem per l’assetto della nuova piazza. I lavori, stando a quanto si legge nel prosieguo dell’opera, comportarono la distruzione di alcuni edifici e strutture preesistenti, poichél’intenzione era quella di passare da un semplice cortile ad uno spazio aperto di dimensioni più ampie. La data indicata da Caleffini, come vedremo più dettagliatamente in seguito, trova riscontro nel materiale archeologico dalla US1050, almeno per quanto riguarda la ceramica più recente, che è circoscritta appunto al XV secolo.
Le informazioni di Caleffini si ritrovano, pressoché invariate, nel Diario Ferrarese di Bernardino Zambotti, il quale aggiunge, però, alcuni particolari intorno alle fasi iniziali del progetto di ristrutturazione206. Secondo Zambotti fu Ercole medesimo a dare il via ai lavori nell’estate del 1479, il quale, pur trovandosi all’epoca fuori città, tramite l’invio di un proprio disegno ne fornì l’incarico a Pietro Benvenuti.
Sempre dal Diario apprendiamo che nel 1481, una volta terminata la costruzione dello scalone, fu «selegado il cortile denanti a la cappella nova».
La notizia va confrontata con un passo contenuto nel Memoriale estense del notaio lendinarese Girolamo Ferrarini, che copre gli anni tra il 1476 ed il 1489, dove il completamento dei lavori nel cortile, «facto con li officii atorno», si situa alla fine del 1480.
A Mario Equicola d’Alveto, letterato di origine laziale giunto a Ferrara alla fine del XV sec. al seguito di Sigismondo Cantelmo, si devono due opere di estremo interesse per la storia della città, la Genealogia delli Signori estensi e gli Annali di Ferrara.
La Genealogia fu composta attorno al 1516 e mostra forti analogie con le cronache di Zambotti e Caleffini, soprattutto con quest’ultimo e particolarmente per quanto riguarda la successione degli eventi nell’agosto del 1479. Oltre a porre l’accento sulla sequela di demolizioni che vennero effettuate nel corso dei lavori, sia Equicola che Caleffini concordano nella descrivere il cortile ducale, ovvero «dalle lastre», forse perché pavimentato con lastre marmoree, come il più bello dell’intera corte. Allo stesso tempo, emerge chiaramente dalle due cronache un’idea di ristrutturazione definitiva, la cui finalità era l’ampliamento del cortile a discapito dell’antica strada della Rotta.
Gli Annali si datano qualche anno più tardi rispetto alla Genealogia e mostrano alcune riserve circa l’attribuzione ad Equicola. Senza addentrarci nelle questioni filologiche, ma considerando essenzialmente le informazioni storiche, quest’opera aggiunge alcuni particolari sui restauri operati durante i primi anni di reggenza di Ercole I.
Secondo gli Annali il duca avrebbe dato il via ai rifacimenti del cortile ducale già nel 1472, quando fece spostare la statua di Borso d’Este dalla adiacente piazza ad uno dei lati della
porta di accesso alla corte. Le notizie datate al 1479 sono pressoché le stesse che troviamo nella Genealogia, quindi in Zambotti e Caleffini, con l’incipit dei lavori ascritto alla duchessa, lo smantellamento dell’area occupata dagli edifici sull’antica strada della Rotta ed il riferimento al vecchio cortile lastricato.
Come abbiamo visto, le informazioni sin qui raccolte indicano quasi unanimemente uno stesso momento storico per gli interventi che portarono a definire l’area del cortile entro lo spazio che ha poi mantenuto nel corso dei secoli successivi: questo periodo è compreso tra il 1479 ed il 1481. Nell’arco dei tre anni si procedette alla demolizione degli edifici che fiancheggiavano l’antica via della Rotta, ad ovest della piazza, e di parte dell’ala mediana del palazzo, posta a nord tra i due cortili, il vecchio «da (l) le Lastre» e quello nuovo, più grande, creato nel 1473. Nel 1481 l’area del cortile ducale di fronte alla cappella fu «selciata», anche se è probabile che il cortile novo, quello che esisteva sotto una diversa forma dalla prima metà del XV sec., fosse già stato completato alla fine del 1480.
La definizione «dale lastre» in riferimento al cortile ducale rimase in uso sino all’inizio dei restauri nel 1479, come mostra un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Ferrara, concernente alcuni lavori di falegnameria da eseguire negli edifici che circondavano l’area, cui erano stati incaricati i marangoni Girolamo Zuccolla (Hyeronimus Zucholla) e Gaspare Scannaloca (Gaspar Schanaloche). Nella carta allegata al documento compare, infatti, la frase «per desfare da lado dale lastre», cui segue la lista degli interventi che i due operai dovevano effettuare su questo lato del cortile.

Fonti topografiche

La più antica rappresentazione cartografica della città Ferrara data i primi anni Venti del XIV sec. e fu redatta da Fra’ Paolino Minorita. Questo documento, pur nella sua essenzialità, riveste una grande importanza dal punto di vista storico, essendo l’unicapianta medievale di Ferrara giunta sino a noi. Nella sua estrema schematicità, non ci è di grande aiuto nel codificare i caratteri originari della prima residenza estense in città, qui descritta come il «Palacio Marchionis», salvo confermare la sua ubicazione di fronte alla Cattedrale e nei pressi del «Palacio Comunitatis».
La pianta di Bartolino da Novara si data alla fine del XIV sec. ca. e ci è nota principalmente attraverso l’opera di Aleotti, Borgatti, Borsetti e Frizzi.
Mentre Aleotti e Borgatti nei loro rispettivi trattati forniscono essenzialmente le misurazioni del centro urbano di Ferrara prese da Bartolino nel 1374, senza dotarle di supporto grafico, Borsetti e Frizzi propongono due diversi adattamenti della pianta.
La versione di Borsetti ricalca in maniera quasi identica la pianta dell’Isnardi, che si occupò della questione nell’ultimo quarto del XVI sec., basando con molta probabilità la propria mappa su un modello molto più antico, risalente forse al Medioevo. Come vedremo, anche nel caso di Isnardi, questo disegno si rivela inutilizzabile, poiché il Palazzo Ducale non figura tra gli edifici riprodotti.
La mappa di Frizzi è una libera trascrizione di XIX sec. che se da un lato include il palazzo, dall’altro appare decisamente antitetica rispetto sia alla mappa di Isnardi sia alle misurazioni di Bartolino pubblicate da Borgatti, essendo il risultato di varie revisioni operate nel corso degli anni del tutto incompatibili con una cronologia tardotrecentesca. In questo documento il Palazzo Ducale è ben riconoscibile nella sua forma ad L, con i due corpi di fabbrica più antichi a fare da perno sulla Torre di Rigobello; inoltre, sul lato adiacente a via Cortevecchia è chiaramente distinguibile il passaggio con l’arco a tutto sesto del Volto del Cavalletto, attraverso il quale la via si allacciava all’area che sarebbe stata in seguito riservata al cortile ducale, se all’epoca ancora occupata dal Cortile dalle lastre o dalla Strada della Rotta non è facile da stabilire. Nella versione di Frizzi è raffigurato anche il Castello di San Michele «ma non il Castel Nuovo, che fu eretto nel 1428». Inoltre, compare la «prima C. di San Giuliano, che fu distrutta dopo l’edificazione di Castel Vecchio, ma vi manca la seconda, che cioè quella che abbiamo al presente costrutta nel 1405»; ciò è sufficiente perché Frizzi collochi il disegno tra il 1395 e il 1405.
Ciò che si rileva, prendendo con le ovvie riserve quanto ci è stato tramandato, è che il lato su via Cortevecchia presentava attorno al 1390 un accesso da nord. La mappa di Pellegrino Prisciani, conservata presso l’Archivio di Stato di Modena e inclusanel libro IV della sua opera Historiae Ferrariae, secondo la trascrizione di FilippoBorgatti, è una pianta in piano della città che risale al 1498; essa offre una riproduzione selettiva del centro di Ferrara, in cui a risaltare sono soprattutto l’Addizione Erculea, assieme ai borghi di San Luca, San Giorgio e al prato della Trappola, oltrepassato il ponte di Castel Tedaldo. Seppur indicate, le aree situate all’interno della cinta muraria medievale, compreso il Palazzo Ducale, sono rese in maniera piùschematica.
Di poco successivo alla pianta di Prisciani è l’Alzato della città Ferrara, custodito presso la Biblioteca Estense di Modena. Di questa articolata e minuziosa veduta prospettica da meridione del centro di Ferrara resta l’interessante analisi che ne diede Giuseppe Agnelli agli inizi del Novecento; è evidente, come riporta lo studioso, che ci troviamo di fronte ad una raffigurazione affatto statica del nucleo principale della città, in cui si esalta il fermento architettonico ferrarese della fine del XV secolo. Il Palazzo Ducale è ben riconoscibile, anche se in una versione leggermente diversa da come doveva apparire in realtà all’epoca della pianta, ma soprattutto lo è la Torre di Rigobello, che s’impone sul lato sinistro dell’immagine con le sue tre loggette. Si riconoscono, inoltre, le statue di Borso e Nicolò III ed il loggiato di fronte al Palazzo del Vescovado.
La raccolta topografica di Ferrara medievale si amplia alla fine del XVI sec. con la pianta dell’Isnardi, cronista ferrarese morto nel 1598 cui si deve la continuazione per gli anni sino al 1597 della Genealogia Estense di Equicola d’Alveto. Limitatamente al valore grafico del contributo, sembra che l’autore abbia restituito una forma urbana più antica rispetto all’epoca in cui visse, forse ricalcata da una fonte antecedente, non meglio identificata.
Pur ammettendo si fosse trattato di un documento medievale, questa mappa non potrebbe comunque essere adoperata ai fini della presente ricerca poiché priva di qualsiasi traccia
pertinente al Palazzo Ducale o all’annessa piazza, analogamente alla versione borsettiana della pianta di Bartolino da Novara.
Infine, tra le fonti più tarde, segnaliamo un disegno che ci sembra interessante e di cui siamo venuti a conoscenza solo di recente, appartenente alla collezione dello studioso Zaccarini e datato al XVII. L’immagine riproduce lo scorcio orientale della piazza, con lo scalone in primo piano e, intervallato dal Volto del Cavallo, il loggiato a tre arcate che scandiva la parete sino alla Torre di Rigobello. Questa loggia, da alcuni storici collegata allo svolgimento di ‘elezioni’ e ancora esistente nel sec. XVII, come documenta la pianta di Moroni del 1618, dovette essere sigillata probabilmente del corso dell’Ottocento.
Del loggiato resta tuttora traccia nelle arcate cieche che ritmano il lato orientale della piazza, nonché nell’arco gotico che affaccia all’interno del Volto.

 

(tratto da Tesi di Dottorato di ricerca in "Scienze e Tecnologie per l'Archeologia e per i Beni Culturali" di Cesaretti Giacomo, Nuovi dati per una storia della ceramica graffita tardomedioevale a Ferrara, Materiali dalla US1050 di Piazza Municipio e dalla Collezione CARIFE.)

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