US1050: considerazioni sul tipo di contesto e confronti a Ferrara ed in area extraurbana

Camere sotterranee di questo tipo, che nella maggior parte dei casi erano dotate di una copertura a volta e di caditoie, sono state scavate ripetutamente a Ferrara dove si datano a partire dal XIV secolo ed appaiono quasi sempre connesse a dimore di ceto elevato o a strutture religiose.
La loro funzione non è stata ancora del tutto chiarita. La presenza di caditoie a livello del pavimento sembrerebbe correlarne l’uso allo scarico dei rifiuti; Alcuni studiosi ritengono, però, che questi ambienti fossero stati originariamente adoperati come dispense o ghiacciaie e solo in un secondo momento trasformati in fosse da butto.
In ogni caso, a prescindere dalle ipotesi intorno alla loro iniziale destinazione, resta il fatto che queste vasche sono giunte a noi essenzialmente come contenitori di rifiuti, peraltro, particolare non marginale, smaltiti all’interno o nei pressi della sede che ne aveva visto l’utilizzo. Alla luce dell’ottimo stato di conservazione in cui generalmente si ritrovano gli oggetti all’interno di questi vani si è ipotizzato che ad essere gettati via fossero i materiali non più utilizzabili, o perché danneggiati, oppure passati di moda.
Entro l’area urbana di Ferrara si contano almeno dodici vani siffatti, scavati stratigraficamente in otto diversi siti; a questi si aggunge il contesto messo in luce presso la dimora estense extra moenia di Belriguardo, a Voghenza.
In totale rappresentano un numero rilevante, soprattutto se paragonato al resto della regione e, più in generale, all’Italia nord-orientale, dove analoghe strutture di confronto sono decisamente rare.
I paralleli più stringenti con la US1050 dal punto di vista delle associazioni di materiali all’interno del contesto, noti in ambito urbano, sono le vasche di Palazzo Schifanoia, soprattutto quella della stanza E, la USM5 Sant’Antonio in Polesine e il vano sotterraneo USM594 di via Vaspergolo-corso Porta Reno, cui va confrontata la vasca extra-urbana di Belriguardo, a Voghenza.
Per quanto concerne le dimensioni, invece, il paragone può attuarsi con le vasche più grandi rinvenute in città, vale a dire quella di via Vaspergolo e la struttura C14 di Palazzo Paradiso, entrambe con misure, in media, di 4 × 2 m circa.
Le vasche di Palazzo Schifanoia furono individuate durante scavi effettuati tra il 1983 ed il 1984 nel corpo di fabbrica più antico dell’edificio, l’ala trecentesca. Due erano collocate al piano terra del palazzo, nella stanza B. La più piccola, con misure di 1,80 × 1,20 m e una profondità di 1,35 m, si trovava a ridosso dei muri nord e ovest, aveva la volta crollata all’interno ed era priva di riempimento; l’altra vasca, costruita in addosso alla fondazione del muro sud ovest, aveva dimensioni più ampie, 2,10 × 1,30 m di larghezza con una profondità di 2,50 m, ed una forma rettangolare, oltre ad una doppia imboccatura in volta di copertura all’altezza del pavimento. All’interno di questo vano giaceva un nucleo consistente di materiali, tra cui ceramica, vetro, metalli ed utensili in legno, che si datavano al XV secolo.
Il terzo vano fu rinvenuto nell’ambiente E ed era ancora sigillato al di sotto del piano in cocciopesto all’epoca dell’indagine archeologica. Simile per dimensioni e impianto alla vasca più grande della stanza B, vi si accedeva tramite due imboccature site all’angolo su ovest; l’interno presentava pareti in parte intonacate, soffitto voltato con residui di calce, pavimento in legno e traccia delle due caditoie. Il riempimento constava di materiali vari, tra cui laterizi alla sommità ed un gran numero di oggetti in ceramica e vetro mescolati a melma databili entro il terzo quarto del 1400. Tra le ceramiche graffite va rilevata la presenza di un boccale arcaico, analogo a quelli recuperati nella vasca C14 di Palazzo Paradiso, accanto a vasellame graffito tardivo e pre-rinascimentale.
Pressappoco negli stessi anni si data la vasca sotterranea USM5 scavata nel monastero di Sant’Antonio in Polesine, che le indagini stratigrafiche hanno messo in relazione con il corpo di fabbrica conventuale costruito attorno alla metà del ‘400. Questa camera sotterranea, di forma rettangolare, si appoggiava su un lato alla fondazione di un muro che tuttora si conserva in alzato ed era stata realizzata a sua volta con tre muri in laterizi larghi 25 cm. La copertura era costituita da una volta a botte e mostrava delle caditoie a quota del pavimento. Al suo interno fu possibile recuperare una serie ben conservata di materiali, tra cui molte ceramiche e vetri di pregio, assieme a scarti d’uso di varia natura, inquadrabili tra la metà e la fine del XV secolo.
Lo scavo condotto tra via Vaspergolo e corso Porta Reno, risalente ai primi anni Novanta del sec. scorso, ha avuto come oggetto un ampio isolato del centro storico di Ferrara, ca. 360 mq, raggiungendo il terreno vergine ad una profondità di 5 m dalla quota attuale, per un totale di 2800 unità stratigrafiche. Una di queste, la USM594 (USM595 il riempimento), era un vano sotterraneo per lo scarico dei rifiuti, costruito in addosso ad uno dei muri di una casa in mattoni di epoca bassomedievale, ristrutturata attorno alla metà del XIV secolo. Il vano, di forma rettangolare, misurava 4,30 × 1,70 m e recava ancora sui lati lunghi la traccia delle buche nelle quali erano state inserite le travi per la costruzione del soffitto a volta; due caditoie poste sul lato orientale rappresentavano l’accesso al vano. Il riempimento contava numerosi oggetti in ceramica, vetro, metallo, legno, oltre a residui organici, suddivisi tra i vari livelli deposizionali del sito entro un arco cronologico compreso tra la metà del XIV sec. e la fine del XV-inizi XVI secolo.
Come vedremo più avanti, questa vasca, i cui materiali documentano un periodo d’uso molto ampio, fornisce un parallelo estremamente interessante con la US1050 di piazza Municipio, anch’essa caratterizzata da un impiego articolato entro un simile intervallo di tempo.
I lavori per il restauro di Palazzo Paradiso, avviati nel 1984 in seguito al trasferimento in questa sede della Biblioteca Civica Ariostea, portarono alla luce due vasche sotterranee per lo scarico di rifiuti, ascrivibili alla tipologia a volta.
Entrambe le vasche si trovavano nel corpo di fabbrica affacciato su via Scienze, nelle sale poste all’incrocio con via Gioco del Pallone, a sinistra dell’attuale ingresso allaBiblioteca. L’asportazione dei vespai moderni all’interno della stanza chiamata C portò al rinvenimento, al di sotto delle vecchie pavimentazioni, di cui una, più antica, in cocciopesto, di una struttura a volta costruita con mattoni disposti di taglio.
L’obliterazione della volta mise in luce delle bocche di scarico di forma circolare a ca. 80 cm dal pavimento in cocciopesto, collegate ad un vano di scarico. Quest’ultimo (C14), di forma rettangolare, con misure di 4 × 2,07 m ed una profondità di 3,50 m, era costituito da un muro in doppia fila di mattoni e da un fondo in legno, sotto il quale fu scoperta un’altra bocca di scarico, chiusa da mattoni. Il contenuto (C13), comprendente ceramica e vetro in gran quantità, oltre a manufatti in legno, poté datarsi con una certa sicurezza poiché la vasca si trovava ancora sigillata al momento del rinvenimento; quest’ultima risaliva all’epoca della fondazione del palazzo, fine del XIV sec., e dovette rimanere in uso per un periodo di tempo piuttosto breve, ovvero non oltre la metà del XV secolo.
La seconda camera sotterranea era situata all’angolo sud est della stanza C e presentava caratteristiche analoghe al vano C14, sebbene la situazione originaria riguardante l’accesso e la copertura a volta, che risultava crollata, fosse stato alterato da un intervento recente. Il materiale che riempiva questa vasca (C5) mostrava una cronologia più tarda rispetto alla precedente, essendo inquadrabile tra il XVI e l’inizio del XVII secolo.
Alcuni lavori di risanamento condotti negli scantinati del Castello estense tra il 1988 ed il 1990 portarono all’individuazione, fra i vari contesti, di una vasca appartenente al tipo a volta sottostante la torre di San Giuliano. Questa vasca, la numero 2418, era situata all’angolo nord ovest della stanza posta sotto la torre, aveva i muri in laterizio ed una copertura a volta sostenuta da un incannucciato misto a calce poggiante direttamente sull’ultimo corso di mattoni delle pareti. All’altezza dell’angolo sud est erano stati collocati tre mattoni di piatto, a segnalare l’apertura della vasca; all’interno era presente
materiale ceramico in gran quantità, ma anche vetro, un cucchiaio in bronzo, monete e residui organici. La ceramica comprendeva, tra le diverse classi, vasellame ingobbiato monocromo verde e giallo e ingobbiato maculato e maculato a spugna, accanto a ciotole smaltate in stile ‘compendiario’ e a materiale frammentario rivestito a smalto ‘berettino’.
L’incidenza di queste particolari tipologie d’ingobbiate, accanto alle smaltate, fornì una cronologia di massima al contesto compresa tra XVI e XVII secolo.
Delle ultime due camere sotterranee con soffitto a volta venute alla luce a Ferrara disponiamo solo di notizie parziali, poiché quasi del tutto inedite.
La vasca del convento di San Paolo fu individuata nel 1986 durante lavori di restauro condotti nel secondo chiostro e nel corpo di fabbrica affacciato su via Capo delle Volte, il rinvenimento avvenne proprio all’interno di una delle stanze situate su questo lato del convento, la n. 38, in corrispondenza di un arco ancora visibile sul muro ovest. La vasca era trapezoidale e mostrava una struttura muraria insolita, delimitata ad est da una parete obliqua, con il muro a nord non immorsato a quello orientale e il lato a sud formato da vari muretti costruiti sommariamente a creare un secondo vano rettangolare. Il contenuto della vasca includeva varie classi ceramiche, dalle grezze alle graffite rinascimentali sino alla maiolica policroma, con una datazione che non andava oltre la fine del XV secolo.
Ulteriori indagini permisero di appurare l’esistenza di due costruzioni sovrapposte, una rimasta in uso sino a tutto il XV sec., cui probabilmente era collegata la vasca, ed una seconda edificata alla fine del XVI sec. tagliando alcune strutture di quella più vecchia.
I saggi di scavo effettuati in via del Gambero furono realizzati all’altezza dei nn. civici 12-16, che erano in fase di ristrutturazione all’epoca dell’indagine. Durante lo scavo, all’angolo con via Sogari affiorò una struttura in laterizi di grandi dimensioni, che fece dapprima pensare al rinvenimento di un tratto delle mura urbane medievali di Ferrara. Inaddosso a questa struttura emerse, in seguito, una vasca di forma rettangolare con copertura voltata a botte, in parte crollata, che misurava 1,85 × 1,25 ed era profonda 1,50 m circa. Il riempimento era costituito da sterco frammisto a legno e da contenitori in ceramica; alcuni frammenti di graffita arcaica e maiolica arcaica giacenti sulla sommità del vano resero possibile circoscrivere l’abbandono del contesto alla prima metà del XV secolo.
Agli esempi provenienti da scavi stratigrafici si devono aggiungere le tre vasche portate alla luce nel 1899 in via Vittoria, all’interno di una casa privata, su cui c’informa il collezionista G.Pasetti. Questi vani si trovavano ad una profondità di 1 m ca. dal piano di calpestio e misuravano 2 m di largehzza × 2,50, per una profindità di 1 m, del tutto analoghi, dunque, alla vasca grande della stanza B di palazzo Schifanoia. Al loro interno si rinvennero grandi quantità di ceramica mescolata ad argilla, tra cui anche scarti di fornace.
In base a quanto abbiamo potuto osservare attraverso gli esempi sopra riportati, questa tipologia di vasca per lo scarico dei rifiuti appare ben attestata a Ferrara tra il tardo Medioevo e la prima età Moderna; stando ai dati stratigrafici, l’epoca di diffusione andrebbe collocata tra la fine del XIV sec. (ricordiamo i ritrovamenti più antichi, presso Palazzo Paradiso e via Vaspergolo), con un attardamento sino al XVI-XVII secolo.
Tuttavia, pur tenendo presente questi estremi cronologici di massima, si è anche constatato come la maggior parte dei contesti analizzati vada a situarsi tra la prima e la seconda metà del 1400. Tale situazione è evidenziata, nella gran parte dei casi, dai materiali che formavano il rempimento delle vasche; proprio l’esame dei dati relativi ai manufatti, laddove possibile, ha permesso di chiarire come anche nel caso di contesti di fondazione più antica, il periodo di sfruttamento più intenso fosse comunque riconducibile al XV secolo.
Non appena varcati i confini delle mura cittadine l’incidenza di questi vani diventa estremamente più rara.
Restando nelle vicinanze di Ferrara, ad esempio, se ne conta soltanto uno, venuto alla luce nella Delizia di Belriguardo, la più antica delle residenze extra-moenia costruite dagli Estensi.
La vasca di Belriguardo, presso Voghiera, fu individuata nell’angolo sud-est del primo cortile della Delizia. Questo vano mostrava misure leggermente più piccole rispetto a quelle rinvenute in area urbana a Ferrara, soprattutto per quanto concerne la larghezza (0.80 m). Diversamente, il modello di riferimento della struttura era lo stesso noto in città, vale a dire pareti in laterizi e copertura a volta in mattoni legati con calce, quest’ultima unitamente a sabbia, impiegata anche nel rivestimento del fondo.
Al suo interno furono trovate ceramiche ed altri oggetti databili a partire dalla fine del XV sec. sino alla metà ca. del XVI secolo. La vasca era sigillata da un terreno di risulta contenente materiale di metà XVI-XVII sec., per cui fu possibile circoscrivere il periodo d’uso al massimo entro la metà del XVI sec., più verosimilmente tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500.
Fuori dalla provincia di Ferrara, la documentazione archeologica relativa a questa tipologia di vasche è davvero esigua.
In Emilia Romagna se ne contano alcune a Forlì, scoperte tutte nello stesso sito, l’ex Palazzo del Monte di Pietà e contraddistinte da una datazione leggermente anteriore rispetto agli esempi più antichi emersi a Ferrara.
Una di queste fu individuata nell’edificio 2 relativo al periodo I, vale a dire un momento di frequentazione dell’area che precede la costruzione delle dimore degli Orsi, le quali furono edificate attorno ai primi anni del XV sec. nella zona in cui più tardi, nel XVI sec., sarebbe sorto il Monte di Pietà. La fossa USM1537 sorgeva all’angolo tra il lato meridionale e occidentale dell’edificio ed aveva una pianta quadrata, con muri in laterizio dotati di archi di scarico posti agli angoli interni ed una copertura a falsa cupola. Quest’ultima presentava in origine due caditoie, di cui una defunzionalizzata probabilmente in epoca
successiva. Il riempito era ricco di sostanze organiche e conteneva una scarsa quantità di ceramiche, appartenentiper la maggior parte alla classe delle maioliche arcaiche. Una seconda fossa si trovava nell’edificio 3, sempre in corrispondenza del periodo I.
La struttura (USM2642), con pianta analoga a quella dell’edificio 2 e misure di 3,10 × 2,60 m, presentava muri in laterizi rafforzati al centro da semipilastri; la copertura era crollata al momento dello scavo, ma doveva essere stata con molta probabilità del tipo a falsa cupola già visto nella USM1537. Il riempimento presentava aspetti di grande interesse, soprattutto ai fini della datazione, poiché comprendeva circa cento monete di bronzo.
Sempre all’interno dell’edificio 3, ma in momento successivo, fu realizzata un’altra fossa con copertura a volta, di dimensioni più piccole (1,80 × 1,50) (USM2616).
L’impiego di questi vani continuò anche negli anni successivi, come indicano i ritrovamenti del periodo II, inquadrabile ormai nella seconda metà del XV secolo.
Sempre in Romagna, oltre a Forlì, vani simili muniti di copertura a volta sono emersi recentemente in scavi condotti nel Castello di Montefiore Conca, in provincia di Rimini, ancora inediti.
Allo stato attuale, esempi di camere sotterranee voltate adibite allo scarico dei rifiuti al di fuori dell’Emilia Romagna sono noti solo in Veneto.
A Padova si possono confrontare i vani scavati all’interno di Palazzo Zambelli, già Dondi dell’Orologio, all’inizio degli anni Ottanta del sec. scorso, durante interventi di restauro condotti al piano terra dell’edificio. I lavori di ristrutturazione misero in luce quattro fosse biologiche a fondo perduto nella parte meridionale del palazzo. In tutti i casi si trattava di camere sotterranee con copertura a volta, al cui interno erano materiali ceramici e vetro frammisti a resti faunistici. La fossa meglio conservata si trovava in corrispondenza del vano 5 e poteva datarsi, sulla base dei materiali più antichi ivi recuperati, al XIV sec. ca.; essa occupava la parte sud-occidentale dell’ambiente, con misure di 3,95 × 2,15 m × 2,40 m di altezza, ed aveva una struttura formata da paramenti in cotto, ad esclusione della parte inferiore dei lati lunghi, caratterizzati da una tessitura di scapoli trachitici; la volta della camera mostrava un arco leggermente acuto e doveva essere stata costruita con l’impiego di una centinatura lignea. Il muro maestro della casa recava, inoltre, la presenza di quattro canali di scolo nei quali restava traccia d’incrostazioni, forse di natura organica. Lo scavo del vano sub 14 mise in evidenza una fase cronologica pressoché simile, databile cioè entro la prima metà del XV sec., mentre i vani 6 e 7 rivelavano sequenze più articolate, ma erano entrambi privi di alcuni livelli deposizionali.
Sempre in Veneto, meritano un breve accenno la vasca individuata a Venezia, nell’area dell’ex cinema San Marco, ma soprattutto quella scavata una ventina di anni orsono nel corpo meridionale del convento di San Bortolo a Rovigo, durante lavori di restauro.
A differenza della vasca veneziana, su quest’ultima, pubblicata da A. Visser nel 1995, possediamo notizie piuttosto complete. La vasca era stata ricavata in un ambiente di servizio tra due stanze del convento di ampie dimensioni e presentava una copertura a volta in mattoni, assieme a tracce di un’imboccatura centrale. Le ceramiche recuperate all’interno del butto furono datate a partire dalla fine del XVI, in linea con le notizie riguardanti le vicende costruttive del convento, secondo cui l’edificazione del braccio rivolto a sud fu realizzata attorno al 1550. Sulla base di alcuni dei materiali rinvenuti, databili alla fine del XVII sec., sembra che la vasca rimase in uso per circa un secolo.

 

(tratto da Tesi di Dottorato di ricerca in "Scienze e Tecnologie per l'Archeologia e per i Beni Culturali" di Cesaretti Giacomo, Nuovi dati per una storia della ceramica graffita tardomedioevale a Ferrara, Materiali dalla US1050 di Piazza Municipio e dalla Collezione CARIFE.)

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