Nella bottega di un bicchieraio

Scritto da  Franco Cazzola
Nella bottega di un bicchieraio

La ricerca storica su Ferrara estense ha finora dedicato ben poco spazio allo studio delle attività e delle tecniche produttive che nella città hanno trovato sede. Scarsa attenzione hanno ricevuto soprattutto le arti più modeste, vale a dire quelle meno legate ai consumi raffinati della corte. Solo in tempi relativamente recenti è stata ricostruita da Emanuela Guidoboni la distribuzione delle attività produttive entro la cerchia delle mura, nei borghi e nel contado. Non mi sembra perciò fuori luogo segnalare l'importanza di documenti, come quello che qui si pubblica, che possono fornire alla ricerca vera e propria basi testimoniali di grande freschezza e vivacità, oltre a mettere in evidenza aspetti tecnico-produttivi e di cultura materiale di non comune reperimento.

È la stessa caratteristica del documento, che giustifica la sua pubblicazione in forma isolata e non collocata in una ricerca più organica sul settore produttivo e commerciale in questione, quello della produzione di stoviglie in ceramica, su cui esiste del resto una nota indagine. Farò dunque uso dell'inventario, redatto dallo stesso proprietario della bottega, per una sorta di ideale visita guidata, dal vivo, di un piccolo opificio artigianale del Cinquecento.

ll 29 marzo 1580 davanti al notaio Antonio Colorni si incontrano Giovanni Battista Mambro e mastro Romano, figlio del fu Lorenzo da Novellara, di professione bicchieraio, per stipulare un contratto quinquennale di affitto. Il Mambro concede in locazione a mastro Romano la sua bottega con annessa casa di abitazione situata nella contrada di San Romano per un canone annuo nominale di lire 200 marchesine, che dovranno essere corrisposte in due rate semestrali mediante buona moneta d'argento. L'abitazione e la bottega di boccalaria vengono affittate con le fornaci e gli "ordegni overo usenij" necessari all'esercizio dell'arte. Il locatore si riserva solo l'uso del granaio ed esige che il conduttore ripari e faccia ricoprire il coperto del "salotto", che afferma essere danneggiato dai lavoranti della bottega quando impiegano il tetto per essiccare i "lavorieri".

Ben poco ci dice il documento allegato al contratto di affitto, vergato di pugno dello stesso Mambro, riguardo all'esatta ubicazione della bottega. Sappiamo solo che tra i vicini di casa sono nominati Clemente da Norsa, gli eredi di mostro Zan Pietro Modesto e un ceno Gobertino.
Sulla scorta del dettagliato inventario di strumenti e suppellettili compilato dal locatore la nostra fantasia può ora condurci all'interno della bottega dove dovrà iniziare il suo lavoro mastro Romano da Novellara.
La bottega si apre sulla strada. All'interno troviamo intanto il piccolo banco di vendita munito di cassetto a serratura per conservare denari e libri contabili. Alle quattro pareti sono addossati scaffali e credenze dove si ripongono boccali e altri manufatti per la vendita. Altri scaffali sono sistemati da ambedue le parti del lungo trave che corre lungo il soffitto, dietro la scala che porta al piano superiore e sulla volta che dà sulla strada. Il pavimento di bottega è rivestito da un inapiantito di assi. Completano le suppellettili una scala a pioli per accedere agli scaffali, una grossa panca con due zerle, una stadera, un badile, sette barili che prima servivano a contenere ossido di piombo ("getta") e zaffera (un colorante turchino molto usato nell'arte della maiolica) e che ora servono per tenere i "bussoli" e gli altri manufatti prodotti dalla boccalaria. A mezza scala è stato ricavato un "camarino" al cui interno si possono riporre altri "lavorieri" utilizzando un uscio e due imposte da finestra come scaffali. Altri due piccoli scaffali sono alla parete che dà sul cortile. Nel camerino sono collocati tre orci senza collo, dei quali uno serve a tenere il piombo e gli altri due sono pieni di fiaschetti e "mezzettine", piccoli recipienti prodotti nella bottega.
Dopo una piccola cantina-ripostiglio, al piano terreno, passiamo nella parte della bottega dove si svolge una parte molto importante del ciclo produttivo di una boccalaria: la stanza dei forni di cottura. La "stantia de la fornase" si apre sul cortile con porte-finestre "impanà" di carta e contiene due forni da ceramica e un fornello per fondere il piombo, azionati a carbone di legna. L'attrezzatura produttiva delle fornaci è relativamente semplice: una mola per macinare colori; martello, mazzuolo e scalpello in acciaio per aggiustare la mola; mastelli e catinelle per raccogliere i colori polverizzati; crivello e setacci per raffinarli; un mortaio cori pistone in ferro per pestare la "pietra vecchia"; scaffe, panche e un soppalco per riporre i pezzi da infornare; una pala in ferro per rimuovere le braci; un banco per il "terraro" che deve battere l'impasto di argilla con l'ausilio di una barra di ferro e di una grossa pietra ("selese", selce). Di queste suppellettili Giovan Battista Mambro ci fornisce diligentemente, in gran parte dei casi, anche le misure o il peso.

La scala che si apre in bottega conduce al piano superiore dove, dopo un breve corridoio, si accede al "salotto" e alla "stua" (stufa) situati sopra il locale che ospita i forni. Nel salotto si trovano i tre torni da vasaio, attrezzi indispensabili all'arte, due dei quali hanno la gamba in ferro. Intorno alle pareti stanno una ventina di mensole ("antene") su colti ripongono i lavori crudi usciti dal tornio. I lavoranti usano appositi banchi e scanni per imbiancare e invetriare i manufatti. Due grandi recipienti ("cantari") contengono la terra bianca; altri strumenti sono un colatoio, secchi di rame e setacci, oltre a più di quattrocento tavolette di legno su cui vengono posati i lavori crudi da inviare all'essiccazione mediante la stufa o direttamente al sole. Quattro lumi servono ad illuminare il lavoro dei tornitori e dei lavoranti che devono dipingere o disegnare in graffito i recipienti prima della cottura. Dal camino delle fornaci che corre lungo il muro del "salotto» viene derivata nei mesi invernali aria calda mediante uno sportello in lamiera di ferro.

Accanto al salotto è stato ricavato un ambiente che serve da stufa per l'essiccazione dei "lavorieri" crudi. La stufa sfrutta il calore prodotto dai forni mediante una derivazione ottenuta con una "ribalta" di lamiera. La stufa è rivestita di mensole per collocare un grande numero di oggetti prodotti dai tornitori e prende luce da due luminari chiusi da impannata di carta. Le due prese di luce sono molto in alto, dato che per accedervi sono necessarie due scale a pioli. Dal salotto si accede ad uno dei tre solai dell'edificio, situato a livello di un terrazzo coperto ("altana") che serve all'abitazione.

Tre finestre del solaio si affacciano sulla via pubblica e altre due sul cortile. Presumibilmente proprio sopra la bottega si trova l'appartamento di abitazione affittato insieme con il laboratorio. Sulla strada si affacciano una camera grande e un camerino, rispettivamente con due e una finestra. Un'altra camera si affaccia invece sul retro verso il cortile. Le finestre dell'abitazione sono tutte dotate di vetriate ad occhi. Un altro uscio posto a mezza scala conduce dall'appartamento al granaio soprastante. Nel cortile, fra l'altana e il muro di confine, sopra il tetto del salotto, sono sistemati travetti di legno su cui si pongono pezzi crudi ad essiccare al sole durante i mesi di buona stagione.

Fin qui le notizie e la ricostruzione di ambiente desumibili da una attenta analisi dei capitoli di locazione e dell'inventario.

Resta da dire della lingua, molto vicina a quella parlata e fortemente impastata di vocaboli dialettali ferraresi, alcuni dei quali ormai da lungo tempo desueti e altri di non facile interpretazione dal punto di vista semantico. Nel tentativo, per quanto molto frettoloso, di restituire al nostro linguaggio attuale la maggior parte dei termini tecnici incontrati nel documento, mi sono avvalso utilmente dei glossari latino-emiliano e latino-italiano del Sella. La trascrizione è stata eseguita nel rispetto dell'incostante ortografia del Mambro, con l'aggiunta di qualche segno di punteggiatura e sciogliendo alcune delle abbreviazioni che avrebbero intralciato una agevole lettura del testo. Dei termini meno usuali di cui mi è stato possibile rintracciare il significato ho dato segnalazione con apposite note al testo.

F. Cazzola , La bottega di un bicchieraio nella Ferrara del Cinquecento, in 'Bollettino dei Musei Civici Ferraresi' , 13-14 (1983-1984), pp. 93-98.

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